Quando una famiglia o una scuola deve preparare il percorso inclusivo di un alunno, la difficoltà non sta solo nel capire la documentazione, ma nel trasformare osservazioni generiche in indicazioni davvero utili. Qui propongo un esempio compilato e anonimizzato di profilo di funzionamento, spiegando come leggere le diverse aree, quali informazioni inserire e come collegarle al PEI senza confondere i due documenti.
Un esempio concreto per trasformare il profilo in indicazioni utili a scuola
- Il profilo di funzionamento descrive come la persona agisce nei diversi contesti, non soltanto la diagnosi.
- La compilazione segue la prospettiva bio-psico-sociale dell’ICF, considerando attività, partecipazione, barriere e facilitatori.
- Il documento è redatto dall’Unità di Valutazione Multidisciplinare con la collaborazione della famiglia e della scuola.
- L’esempio proposto riguarda un alunno della scuola secondaria di primo grado e non sostituisce il modello ufficiale adottato dai servizi.
- Le informazioni devono aiutare il GLO a definire obiettivi, strategie e risorse nel PEI.
Che cosa descrive davvero il profilo di funzionamento
Il profilo di funzionamento è un documento riferito agli alunni con disabilità certificata ai sensi della legge 104/1992. Secondo il quadro introdotto dal decreto legislativo 66/2017, integra le informazioni cliniche con la descrizione del funzionamento concreto della persona nei diversi ambienti di vita.
La differenza è importante. Una diagnosi può indicare una condizione sanitaria, mentre il profilo prova a chiarire come quella condizione incida sulla comunicazione, sull’apprendimento, sull’autonomia e sulla partecipazione. Io considero questa la parte più utile per la scuola, perché sposta l’attenzione da ciò che l’alunno “ha” a ciò che riesce a fare, con quali aiuti e in quali condizioni.
Il riferimento è il modello ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. ICF è una classificazione che osserva il rapporto tra funzioni personali e ambiente: una difficoltà può aumentare in una situazione rumorosa, ma ridursi con una consegna visiva, tempi più distesi o un’organizzazione prevedibile.
Il profilo non è quindi un semplice elenco di mancanze. Un documento ben scritto registra anche interessi, competenze, modalità comunicative, strategie già efficaci e possibilità di sviluppo. Questa prospettiva evita un errore frequente, cioè costruire un PEI interamente intorno alle difficoltà e lasciare in secondo piano le risorse dell’alunno.
Chi lo redige e come viene usato nella scuola
La redazione spetta all’Unità di Valutazione Multidisciplinare dell’ASL o del servizio competente, con la collaborazione dei genitori o di chi esercita la responsabilità genitoriale. Partecipano, secondo le modalità previste, anche la scuola e le figure professionali che conoscono il percorso dell’alunno.
La famiglia trasmette il documento alla scuola, dove viene utilizzato come base conoscitiva per la predisposizione del Piano Educativo Individualizzato. Il PEI, però, è un documento diverso: viene elaborato e verificato dal GLO e traduce le informazioni del profilo in obiettivi didattici, educativi, organizzativi e relazionali.
| Documento | Funzione principale | Chi lo redige |
|---|---|---|
| Profilo di funzionamento | Descrive il funzionamento dell’alunno nei diversi contesti, secondo la prospettiva ICF | Unità di Valutazione Multidisciplinare, con famiglia e collaborazione della scuola |
| PEI | Definisce obiettivi, interventi, strumenti, verifiche e risorse per l’anno scolastico | GLO, con docenti, famiglia e professionisti coinvolti |
| Osservazione del contesto | Individua barriere e facilitatori presenti nella classe e nell’ambiente scolastico | Team dei docenti o consiglio di classe, nel lavoro sul PEI |
Il profilo viene aggiornato al passaggio di ogni grado di istruzione e quando emergono nuove condizioni di funzionamento. Nella pratica, la disponibilità del documento può non essere uniforme tra territori. Le linee guida del PEI prevedono infatti che, in sua assenza, la scuola utilizzi le informazioni disponibili nella diagnosi funzionale o nel profilo dinamico funzionale, osservando comunque direttamente il contesto.
Un esempio compilato per un alunno della scuola secondaria
L’esempio seguente è volutamente anonimo e costruito a fini didattici. Non è un modulo ufficiale da copiare, perché modelli e procedure possono variare in base alla Regione, all’ASL e al servizio che effettua la valutazione.
Dati generali e descrizione sintetica
Alunno: M., 12 anni, classe seconda della scuola secondaria di primo grado.
Condizione di disabilità: disturbo dello spettro autistico con difficoltà nella comunicazione pragmatica, nella flessibilità cognitiva e nella gestione dei cambiamenti. L’alunno utilizza il linguaggio verbale, comprende consegne semplici e mostra buone competenze nella lettura di testi brevi e nell’uso di strumenti digitali.
Interessi e punti di forza: interesse marcato per la geografia, le mappe, i quiz interattivi e la costruzione di presentazioni. Riesce a concentrarsi a lungo su attività strutturate e conclude il lavoro con maggiore autonomia quando conosce in anticipo il risultato atteso.
Bisogni rilevati: necessita di consegne brevi e scandite, anticipazione dei cambiamenti, supporto nella comprensione delle regole sociali implicite e mediazione nei lavori di gruppo. In presenza di rumore o richieste improvvise può interrompere l’attività e allontanarsi dal compito.
Comunicazione e linguaggio
Funzionamento osservato: M. comprende il linguaggio quotidiano e le istruzioni composte da uno o due passaggi. Risponde alle domande dirette, ma fatica a interpretare ironia, doppi sensi e richieste formulate in modo indiretto. Durante una conversazione tende a parlare dei propri interessi senza verificare se l’interlocutore sta seguendo.
Facilitatori: agenda visiva, parole chiave scritte alla lavagna, esempi concreti, domande chiuse o semiaperte e tempo di attesa prima della risposta. Le immagini non devono sostituire il linguaggio, ma rendere più leggibile la consegna.
Obiettivo evolutivo: comprendere e utilizzare formule funzionali per chiedere chiarimenti, esprimere un bisogno e rispettare almeno due turni conversazionali in attività guidate.
Dimensione cognitiva e dell’apprendimento
Funzionamento osservato: M. legge in modo corretto testi narrativi brevi e individua le informazioni esplicite. In matematica svolge addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni con numeri interi, mentre incontra difficoltà nei problemi quando deve selezionare autonomamente i dati utili.
La prestazione migliora quando il problema è diviso in passaggi e quando può usare uno schema grafico. Il punto non è semplificare sempre il contenuto, ma ridurre il carico esecutivo che gli impedisce di mostrare ciò che sa.
Facilitatori: mappe, formulari essenziali, esempi svolti, evidenziatori per distinguere dati e domanda, verifiche con consegne separate e uso controllato del computer.
Obiettivo evolutivo: risolvere problemi aritmetici a uno o due passaggi utilizzando una procedura visiva, spiegando oralmente o per iscritto il percorso seguito.
Relazione, interazione e socializzazione
Funzionamento osservato: M. accetta la presenza dei compagni e partecipa volentieri ad attività basate su regole chiare. Nei gruppi numerosi tende però a rimanere ai margini oppure a correggere i compagni in modo diretto, creando tensioni.
La partecipazione aumenta in coppia o in gruppi di tre, soprattutto quando ogni membro ha un ruolo definito. Ho riscontrato spesso che la richiesta generica di “collaborare con gli altri” è troppo vaga per essere utile: funzionano meglio comportamenti osservabili, come aspettare il turno, chiedere un materiale o accettare una proposta diversa dalla propria.
Facilitatori: compagno di riferimento scelto con attenzione, ruoli scritti, giochi di simulazione, anticipazione delle regole e rinforzo immediato dei comportamenti collaborativi.
Obiettivo evolutivo: partecipare a un’attività di gruppo di almeno 15 minuti, rispettando il proprio ruolo e utilizzando una formula concordata per chiedere aiuto o proporre una modifica.
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Autonomia e orientamento
Funzionamento osservato: M. gestisce in autonomia il materiale personale e si sposta negli spazi abituali della scuola. Ha bisogno di un promemoria per preparare lo zaino secondo l’orario e può bloccarsi quando cambia aula o quando una lezione viene sostituita senza preavviso.
Facilitatori: orario visivo, checklist sul diario, segnale concordato per le variazioni e breve preparazione individuale prima di un cambiamento. L’adulto dovrebbe ridurre gradualmente l’aiuto, perché sostituirsi sempre all’alunno produce dipendenza invece di autonomia.
Obiettivo evolutivo: preparare il materiale per le lezioni del giorno con una checklist e affrontare una variazione dell’orario utilizzando una strategia precedentemente provata.
Come collegare l’esempio al PEI senza copiarlo
Il profilo fornisce una fotografia ragionata del funzionamento. Il PEI deve trasformare quella fotografia in un progetto annuale, indicando che cosa si vuole ottenere, in quali attività, con quali strumenti e come si valuteranno i progressi.
| Informazione del profilo | Traduzione operativa nel PEI |
|---|---|
| Fatica a comprendere consegne lunghe | Consegne divise in passaggi, parole chiave evidenziate e controllo della comprensione |
| Partecipa meglio in piccoli gruppi | Attività cooperative in coppia o in gruppi di tre con ruoli espliciti |
| Si disorienta con i cambiamenti | Agenda visiva, anticipazione delle variazioni e procedura di rientro nel compito |
| Mostra interesse per mappe e strumenti digitali | Uso di mappe concettuali e presentazioni digitali come canali per dimostrare gli apprendimenti |
Un obiettivo ben formulato deve essere verificabile. “Migliorare l’autonomia” è una direzione, non ancora un obiettivo completo. “Preparare il materiale di matematica usando la checklist in quattro giorni su cinque, con non più di un richiamo dell’adulto” permette invece di osservare il cambiamento.
La stessa logica vale per la valutazione. Non misurerei soltanto il voto finale, ma anche il livello di aiuto necessario, la frequenza con cui l’alunno usa spontaneamente una strategia e la capacità di trasferirla in un contesto diverso.
Gli errori che rendono poco utile un profilo compilato
Il primo errore è trasformare il documento in una lunga relazione clinica. La scuola ha bisogno di sapere come una difficoltà si manifesta durante le attività, non di ricevere una ripetizione di termini diagnostici che non orientano l’intervento.
- Scrivere solo ciò che non riesce a fare. Ogni difficoltà dovrebbe essere accompagnata da condizioni che la riducono e da competenze già presenti.
- Usare formule vaghe. Espressioni come “ha problemi di attenzione” diventano utili solo se specificano quando accade, per quanto tempo e con quale tipo di compito.
- Confondere supporto e sostituzione. Un adulto che svolge il compito al posto dell’alunno non sta costruendo autonomia.
- Ignorare le barriere ambientali. Rumore, tempi troppo rapidi, consegne solo orali o materiali illeggibili possono incidere sulla prestazione quanto la difficoltà personale.
- Riutilizzare lo stesso testo per anni. Il profilo deve essere aggiornato quando cambiano età, grado scolastico, richieste e strategie efficaci.
- Indicare strumenti senza spiegare l’uso. Scrivere “utilizzare il tablet” non basta. Occorre chiarire per quale attività, con quale applicazione o funzione e con quali limiti.
Un altro problema nasce quando il profilo viene letto come una sentenza immutabile. La descrizione deve restare sufficientemente precisa da guidare la scuola, ma anche aperta all’evoluzione: il funzionamento dipende dall’incontro tra persona e contesto.
Come verificare se il documento è davvero utilizzabile
Prima di considerare conclusa la compilazione, io userei una verifica molto semplice. Per ogni area chiederei se un docente che non conosce ancora l’alunno riuscirebbe a capire che cosa osservare domani mattina in classe.
- La descrizione indica comportamenti osservabili e non soltanto etichette?
- Sono presenti almeno un punto di forza e una difficoltà rilevante?
- È chiaro in quali situazioni la prestazione migliora o peggiora?
- Le barriere e i facilitatori sono descritti in modo concreto?
- Le indicazioni possono diventare obiettivi del PEI?
- La famiglia riconosce il profilo del figlio e può aggiungere informazioni sulla vita quotidiana?
Se la risposta è negativa, non serve aggiungere pagine. Spesso è più efficace riscrivere una frase con un esempio: “durante le verifiche si distrae” diventa “dopo circa 15 minuti senza pause tende a interrompere il lavoro; mantiene l’impegno più a lungo quando la prova è divisa in tre blocchi”. Una formulazione del genere offre già una direzione didattica.
La condivisione tra famiglia, servizi e scuola resta decisiva. Il docente osserva soprattutto la partecipazione in classe, la famiglia conosce le routine domestiche e i professionisti sanitari portano la lettura clinica: nessuna di queste prospettive è sufficiente da sola.
Dal documento alla quotidianità inclusiva
Un buon profilo di funzionamento non dovrebbe restare chiuso in un fascicolo. Il suo valore si vede quando aiuta a preparare una consegna più accessibile, organizzare un gruppo di lavoro, scegliere una modalità di verifica o prevenire una situazione di sovraccarico.
L’esempio mostra anche un limite da non nascondere: il profilo non risolve automaticamente le difficoltà e non garantisce un certo numero di ore di sostegno. Offre però una base condivisa per discutere quali interventi servono davvero e quali risorse possono rendere possibile la partecipazione.
La domanda più utile, alla fine, non è soltanto “quali difficoltà presenta l’alunno?”, ma “che cosa possiamo cambiare nell’ambiente perché possa partecipare e imparare con maggiore autonomia?”. Quando il documento riesce a orientare questa domanda, smette di essere un adempimento e diventa uno strumento concreto di didattica inclusiva.
