Quando il sostegno viene interpretato come una presenza esclusiva accanto a un solo alunno, nascono equivoci che danneggiano l’intera classe. Capire che cosa non deve fare l’insegnante di sostegno aiuta a distinguere l’attività didattica dall’assistenza personale, dalla terapia e dalle semplici esigenze organizzative della scuola.
I confini del ruolo proteggono l’inclusione di tutta la classe
- È docente contitolare della classe, non un assistente personale assegnato esclusivamente a un alunno.
- Non deve isolarlo sistematicamente né svolgere sempre il lavoro al posto suo.
- Non può essere usato come supplente automatico o come sorvegliante generico.
- Igiene, assistenza di base, autonomia e comunicazione coinvolgono, secondo i casi, personale ATA e assistenti specializzati.
- PEI, valutazione e strategie educative richiedono corresponsabilità del team docente.

Il docente di sostegno appartiene alla classe, non a un solo alunno
La legge 104/1992 e il decreto legislativo 66/2017 definiscono il docente di sostegno come un docente contitolare. Questo significa che partecipa alla programmazione, alla vita del consiglio di classe e, dove previsto, alla valutazione di tutti gli studenti, pur lavorando con particolare attenzione agli obiettivi del PEI.
Per questo non deve comportarsi come una figura privata sempre incollata all’alunno con disabilità. Può lavorare individualmente, in piccolo gruppo o con tutta la classe, scegliendo di volta in volta la modalità più efficace per favorire apprendimento, autonomia e partecipazione.
Nella pratica, l’errore più frequente è delegare al solo insegnante specializzato ogni responsabilità sull’alunno. Il docente curricolare continua a essere responsabile della propria disciplina e dell’inclusione didattica, mentre il sostegno porta competenze, strategie e strumenti che devono diventare patrimonio del gruppo.
Gli errori didattici che rischiano di creare dipendenza
Non deve isolare l’alunno dalla classe
Portare uno studente fuori dall’aula può essere utile per un’attività mirata, per recuperare la concentrazione o per lavorare su un obiettivo specifico del PEI. Diventa però un problema quando è la soluzione predefinita per quasi tutte le ore, perché comunica che quel ragazzo appartiene a un percorso separato.
Io considero il lavoro in aula il punto di partenza. L’uscita dovrebbe avere una finalità didattica chiara, una durata ragionevole e un collegamento con ciò che la classe sta facendo, non servire semplicemente a rendere la lezione più facile agli altri.
Non deve sostituirsi continuamente allo studente
Un aiuto efficace non coincide con il fornire subito la risposta, scrivere ogni parola o svolgere l’esercizio al posto dell’alunno. In questo modo si ottiene forse un compito ordinato, ma si riducono iniziativa, problem solving e fiducia nelle proprie capacità.
Il docente dovrebbe graduare il supporto. Prima può usare una consegna semplificata, un’immagine, una mappa o una tecnologia assistiva; solo dopo, se serve, offre un aiuto più diretto. L’obiettivo resta rendere l’alunno progressivamente più autonomo, non dimostrare quanto l’adulto riesca a fare bene il suo lavoro.
Non deve occuparsi soltanto dell’alunno certificato
Il sostegno non è una risorsa da impiegare esclusivamente in rapporto uno a uno. Attività cooperative, tutoring tra pari e materiali accessibili possono coinvolgere tutti, creando un ambiente in cui le differenze non diventano un’etichetta visibile.
Questo non significa trascurare il ragazzo che ha il PEI per aiutare genericamente la classe. Significa progettare interventi che abbiano un beneficio inclusivo concreto e che siano coerenti con i suoi obiettivi.
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Non deve diventare un sorvegliante o un babysitter
La vigilanza degli studenti è una responsabilità organizzata dalla scuola e riguarda i docenti presenti secondo l’orario di servizio. Il docente di sostegno può certamente vigilare, intervenire nei conflitti e contribuire alla gestione della classe, ma non deve essere utilizzato come presenza passiva per controllare un alunno o coprire una carenza di personale.
Se l’attività consiste soltanto nel seguire fisicamente lo studente durante l’intera giornata, senza una proposta educativa, bisogna chiedersi se il PEI sia realmente applicato. La presenza fisica non basta a garantire inclusione.
Cura, igiene e terapia appartengono a responsabilità diverse
Un altro equivoco riguarda le attività assistenziali. Il docente di sostegno può sostenere l’autonomia attraverso routine educative e strategie didattiche, ma non è automaticamente l’addetto all’igiene personale, alla somministrazione dei pasti o alla cura sanitaria dell’alunno.
| Necessità | Chi interviene principalmente | Che cosa fa il docente di sostegno |
|---|---|---|
| Apprendimento e personalizzazione | Team dei docenti | Co-progetta attività, strumenti e verifiche |
| Autonomia e comunicazione | Assistente specializzato, quando previsto, insieme alla scuola | Coordina gli obiettivi educativi con il PEI |
| Assistenza igienica e di base | Personale ATA formato, secondo l’organizzazione dell’istituto | Collabora sul piano educativo, senza sostituire stabilmente l’assistenza |
| Terapie e interventi sanitari | Servizi sanitari e professionisti competenti | Osserva, comunica e integra le indicazioni nel percorso scolastico |
Le mansioni concrete possono variare in base all’ordine di scuola, all’organizzazione dell’istituto e ai protocolli locali. Il principio, però, è semplice: nessun docente deve improvvisare compiti sanitari o assumere da solo responsabilità per cui non ha formazione, incarico e procedure precise.
Lo stesso vale per i farmaci. Un insegnante non dovrebbe somministrarli sulla base di una richiesta informale della famiglia. Servono indicazioni scritte, autorizzazioni e un protocollo scolastico applicabile al caso concreto, soprattutto quando esistono rischi per la salute.
PEI, voti e rapporti con la famiglia non si decidono da soli
Il PEI non è il quaderno personale del docente di sostegno. Viene elaborato e verificato dal Gruppo di lavoro operativo, con il coinvolgimento dei docenti contitolari, della famiglia, delle figure professionali interessate e, quando possibile, dello studente.
Il docente può proporre obiettivi, strumenti compensativi, modalità di verifica e adattamenti. Non deve però modificare autonomamente il percorso, promettere alla famiglia un certo numero di ore o stabilire da solo se una prova debba essere differenziata, equipollente o identica a quella della classe.
Anche la valutazione richiede collaborazione. Il docente di sostegno porta osservazioni importanti, ma non assegna da solo il voto e non può trasformare ogni difficoltà in una valutazione negativa del comportamento. La valutazione deve seguire il PEI, i criteri deliberati dalla scuola e il progresso effettivamente raggiunto.
Nei colloqui con i genitori è corretto riferire fatti osservabili, strategie provate e risultati. Non è corretto divulgare diagnosi, commentare informazioni riservate davanti ad altri genitori o presentarsi come terapeuta. La comunicazione deve restare professionale, rispettosa e limitata alle informazioni necessarie.
Quando l’impiego è improprio e come affrontare il problema
Un ordine di servizio può chiedere al docente di sostegno di aiutare nella gestione della classe in una situazione eccezionale. Ciò che non dovrebbe accadere è l’uso sistematico di questa figura per coprire assenze, accompagnare gruppi senza progetto o svolgere mansioni estranee al sostegno didattico.
La sostituzione di un collega assente, in particolare, non dovrebbe essere automatica. Può essere valutata dalla dirigenza in circostanze eccezionali e secondo le esigenze di sicurezza e organizzazione, ma non può diventare la funzione ordinaria del docente né far venire meno il diritto dell’alunno alle attività previste.
Quando noto una situazione simile, suggerisco di procedere con calma e per gradi:
- chiedere quale sia la disposizione e per quanto tempo debba applicarsi;
- verificare se l’attività è coerente con il PEI e con l’orario di servizio;
- confrontarsi con il team docente, il coordinatore e il referente per l’inclusione;
- se il problema continua, informare il dirigente scolastico con una comunicazione chiara e documentata;
- nei casi più seri, chiedere supporto alla rappresentanza sindacale o agli uffici scolastici competenti.
Documentare date, richieste e conseguenze didattiche non significa aprire subito un conflitto. Serve a trasformare una lamentela generica in un problema verificabile, soprattutto quando l’impiego improprio riduce le ore di apprendimento o compromette la sicurezza.
Il criterio che uso per capire se il sostegno sta funzionando
Per me il confine più utile è questo: dopo l’intervento dell’adulto, lo studente riesce a partecipare un po’ meglio, a comunicare, a scegliere o a fare qualcosa con maggiore autonomia? Se la risposta è sì, il sostegno sta costruendo possibilità.
Se invece l’alunno viene sempre separato, sostituito, sorvegliato o trattato come una responsabilità privata, il ruolo è stato deformato. Un buon docente di sostegno non lavora al posto dello studente: crea le condizioni perché possa essere realmente presente nella classe, con i supporti necessari e con responsabilità condivise.
